Violenza minorile

Violenza a scuola: cosa sta succedendo ai nostri ragazzi?

Elmina Smargiassi assistente sociale privato Termoli, Campobasso, Regioni limitrofe

Un 13enne accoltella la prof. E noi adulti cosa stiamo sbagliando?

Il 25 marzo 2026, a Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, un ragazzo di 13 anni ha accoltellato la sua professoressa di francese nei corridoi della scuola. Ferite al collo e all’addome. Codice rosso. Elicottero.

Ma non è tutto. Il ragazzo aveva programmato tutto. Indossava una maglietta con la scritta “vendetta”. Aveva una pistola scacciacani nello zaino. E riprendeva tutto in diretta su Telegram.

Tredici anni.

Questo episodio ha scioccato l’Italia. Tuttavia, non è un caso isolato. È il segnale di qualcosa di più profondo.

I numeri che nessuno vuole guardare

Spesso si parla di “emergenza violenza  giovanile” come se fosse un fenomeno nuovo. In realtà, i dati ci dicono una storia più complessa.

Da un lato, l’Italia è ancora uno dei Paesi europei con il tasso di criminalità minorile più basso.

Dall’altro, alcuni numeri sono preoccupanti e in crescita.

Secondo il rapporto Dis(armati) di Save the Children, pubblicato a marzo 2026:

  • I minori segnalati per porto abusivo di armi o oggetti atti a offendere sono passati da 778 nel 2019 a 1.946 nel 2024.
  • Solo nel primo semestre del 2025 le segnalazioni erano già 1.096.
  • I reati contro la persona commessi da minorenni sono passati da 15.365 nel 2019 a 21.958 nel 2025.
  • Le rapine  commesse da minori nel 2024 sono state 3.968: più del doppio rispetto al 2014.

In altre parole, non stiamo parlando di episodi sporadici. Stiamo parlando di un trend.

Perché i ragazzi arrivano a questo?

È sbagliato cercare una risposta semplice. La violenza giovanile, infatti, è quasi sempre il risultato di più fattori insieme.

Save the Children descrive questi ragazzi come “armati fuori e disarmati dentro”. Portano coltelli per sentirsi sicuri o per affermare la propria identità nel gruppo. Tuttavia, dentro sono spesso fragili, soli, privi di riferimenti stabili.

Uno dei ragazzi intervistati nella ricerca ha detto: “In quel momento sei come in un videogame, vuoi solo finire il livello.”

Questa frase fa paura. Perché descrive una perdita di contatto con la realtà. Di conseguenza, ci dice che il problema non è solo la violenza. È il disagio che la precede.

Tra i fattori che gli esperti individuano ci sono:

  • Vuoti educativi in famiglia e a scuola
  • Solitudine e mancanza di figure adulte di  riferimento
  • Social media che amplificano e spettacolarizzano i comportamenti violenti
  • Fragilità emotiva e relazionale non intercettata in tempo

La scuola non può farcela da sola

Molti chiedono più controlli, più sicurezza, più regole. È  comprensibile. Tuttavia, le regole da sole non bastano.

Il caso di Bergamo lo dimostra. Quel ragazzo aveva pianificato tutto. Le norme sull’orario scolastico non l’hanno fermato. Quindi il problema non è solo di ordine pubblico. È educativo, relazionale, sociale.

Secondo un sondaggio condotto da Skuola.net dopo i fatti di Bergamo, il 53% degli studenti delle scuole secondarie non si sente più al sicuro nella propria scuola.
I ragazzi lo sentono. Gli adulti devono ascoltarli.

Il ruolo del servizio sociale: intercettare il disagio prima che esploda

Qui entra in gioco una figura spesso  sottovalutata: l’assistente sociale.

Non serve aspettare che un ragazzo commetta un reato per attivare un intervento. Anzi, intervenire tardi è già troppo tardi.

L’assistente sociale può operare in modo preventivo, lavorando con la scuola, la famiglia e i servizi territoriali. Pertanto, il suo compito non è solo “gestire i casi”. È leggere i segnali prima che diventino emergenze.

Alcuni di questi segnali sono:

  • Comportamenti aggressivi o ritiro sociale improvviso
  • Difficoltà relazionali persistenti con adulti e coetanei
  • Situazioni familiari conflittuali o trascurate
  • Esposizione prolungata a contenuti violenti online

Inoltre, l’assistente sociale in libera professione può affiancare le famiglie in modo privato e riservato. Non è necessario aspettare l’intervento istituzionale. Si può  chiedere aiuto prima.

Cosa possiamo fare, concretamente?

Innanzitutto, smettere di pensare che la violenza giovanile riguardi “le famiglie disagiate” o “i quartieri difficili”. Oggi non è più così. Save the Children documenta episodi in contesti sociali diversi, anche tra famiglie benestanti.

In secondo luogo, investire in prevenzione. Scuole, famiglie e professionisti devono lavorare insieme. Non in modo emergenziale, ma continuo.

Infine, non lasciare soli i genitori. Molte famiglie non sanno come gestire un figlio aggressivo, chiuso, in difficoltà. Una consulenza professionale può fare la differenza.

Come posso aiutarti, concretamente

Sono un’assistente sociale specialista in libera professione. Lavoro con famiglie, scuole e operatori sociali su questi temi ogni giorno.

Ecco cosa offro:

  • Consulenza ai genitori – Hai un figlio adolescente che ti preoccupa? Possiamo fare un colloquio riservato per analizzare la situazione e capire come muoversi. Non serve aspettare che la crisi esploda.
  • Sostegno alla genitorialità – Percorsi individuali o di gruppo per genitori che vogliono capire meglio i figli adolescenti e migliorare la relazione con loro. Anche in forma preventiva.
  • Consulenza alle scuole e agli educatori – Sportelli di ascolto, formazione ai docenti, supervisione agli operatori. Posso supportare il tuo istituto o la tua cooperativa con percorsi su misura.
  • Supervisione professionale – Per educatori, operatori sociali e insegnanti che lavorano con minori a rischio. Un supporto tecnico e deontologico per non lavorare da soli.
  • Consulenza tecnica (CTP) in ambito minorile – Nei procedimenti giudiziari che riguardano minori, puoi avere un tuo consulente tecnico di parte. Sono a disposizione per valutazioni e perizie professionali.

Tutti i servizi sono svolti in forma privata, riservata e nel pieno rispetto del Codice Deontologico dell’Ordine degli Assistenti Sociali.

In conclusione

Il caso di Bergamo ci ha scossi. Giustamente. Tuttavia, la risposta non può essere solo indignazione o inasprimento delle pene.
La risposta deve essere educativa, relazionale, professionale.

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